.
Annunci online

  PortuenseNews [ Notizie dal quartiere e..... non solo ]
         

PORTUENSE NEWS perchè?
C'è un grande bisogno di partecipazione e di riscoperta dei valori civici. Incontrarsi, discutere e tentare di cambiare le cose. Non accettare passivamente il destino che incombe su di noi come un fenomeno irreversibile. Capire che, a partire da noi stessi, c'è una possibilità di riscatto e se oggi tutto ci sembra negativo con il nostro contributo e con quello di altri come noi ci possiamo rimettere in movimento verso una società più giusta e solidale. Questi sono i valori che animano le persone che scrivono e sostengono questo canale di comunicazione. Vogliamo svilupparlo con il contributo di coloro che condividono questi valori nel territorio del quartiere Portuense.
Scrivi alla redazione
portuensenews@yahoo.it


3 giugno 2010

Italiani .... un popolo di sognatori

Massimo D’Alema qualche tempo fa ha dichiarato che il popolo italiano sarebbe, a suo dire, un popolo di destra. Dopo le ultime vicende legate alla presentazione della nuova finanziaria, a me sembra invece di poter affermare che si tratta di un popolo di inguaribili sognatori. Al di là di un cospicuo numero di sempre presenti furbetti, affaristi, corruttori e funzionari desiderosi di essere corrotti infatti, anche nell’epoca delle ideologie, il campo elettorale era diviso tra i sognatori del socialismo e quelli dell’interclassismo democristiano. Oggi la situazione è molto più degradata e a sinistra non si sogna più! L’ideale di una società con livelli di corruzione ed evasione fiscale non patologici ma semplicemente allineati con quelli di altri paesi del nord europeo non produce militanza. L’obiettivo di uno Stato attento alle giovani generazioni, al loro sacrosanto desiderio di realizzazione professionale, umana e familiare senza i condizionamenti di una società corrotta governata dal familismo e dal clientelismo non infiamma le coscienze ma fa crescere la sensazione d’impotenza e l’astensione tra gli elettori di sinistra. Eppure siamo tutti consapevoli che se non sei figlio, amico di qualche potente la strada è sbarrata in ogni campo. La scarsità dei posti di lavoro ha portato la disoccupazione giovanile al 30%. Ma tutto questo cambia poco lo schieramento degli italiani nella contesa tra una destra illusionista e demagogica ed una sinistra alla continua ricerca di un “punto di gravità permanente” dopo l’abbandono inevitabile dell’obiettivo socialista.

E così assistiamo al paradosso di un governo che, dopo aver negato la crisi, ha affermato con sicumera ed ottimismo di esserne fuori. Un governo che dopo aver bloccato tutte le riforme che avrebbero potuto rilanciare il paese (ricordate l’affermazione per cui nessuna donna va dal parrucchiere se ha l’influenza?) con il pretesto del Debito Pubblico, si è ritrovato a dover imbastire di corsa una manovre da 25 Miliardi di euro. Intendiamoci, il Debito Pubblico italiano è monumentale e va tenuto sempre presente. Ma, come quello, anche l’evasione fiscale, quotata in 120 miliardi di euro l’anno da noi è mastodontica. Berlusconi e le sue maggioranze hanno sempre fatto aumentare la spesa pubblica e quindi il debito ed avallato l’evasione. Ed è toccato, almeno finora, ai governi di centro sinistra rimettere i conti a posto gettando le basi per la loro successiva sconfitta elettorale. I governi Berlusconi invece sembrano essere sempre in campagna elettorale forse per via del fatto che il premier non ama indici di popolarità bassi. Probabilmente al mattino, prima di controllare allo specchio l’andamento delle rughe o dei capelli, consulta l’ultimo sondaggio sulla sua popolarità. Il guaio è che per far crescere quell’indice in modo rapido non si può alimentare la spesa in settori produttivi come quelli legati alla ricerca scientifica o alla competitività delle aziende (cuneo fiscale). Occorre qualcosa che dia risultati più rapidi. Ed allora si finanziano attività parassitarie come la concessione di fantastiche consulenze agli amici degli amici nella Pubblica Amministrazione, o l’organizzazione di eventi dai costi imperiali gestiti senza trasparenza e controlli (cricca Anemone), o gli appetiti mai domi delle gerarchie vaticane ecc.. Per non parlare della scandalosa e furbesca eliminazione dell’ICI sulle prime case più prestigiose. Qui il caso ha dato una mano al premier. La riforma dell’ICI voluta dal governo Prodi aveva infatti già abolita tale imposta per le abitazioni meno pregiate e l’aveva drasticamente ridotta per quelle medie. Ma nessuno ha potuto rendersene conto perché il governo Prodi è caduto alcuni mesi prima della scadenza di giugno. In questo modo il furbastro, abolendola per tutti, aggiungendo cioè tutti quelli esclusi dalla modifica Prodi, si è preso la riconoscenza anche dei meno abbienti e più sognatori. Analogo e scandaloso discorso vale per il “salvataggio dell’italianità” dell’Alitalia per il quale, dopo le grida di “svendita” indirizzate al governo Prodi in campagna elettorale, si è scaricata sulla fiscalità generale la montagna dei debiti della vecchia Alitalia (1 miliardo di euro) e quella dei 7 (diconsi 7) anni di cassa integrazione per i dipendenti non riassorbiti (4 miliardi di euro).

Con la stessa logica dei “favori” questa maggioranza sarà ricordata per i numerosi condoni e scudi fiscali di cui si è resa protagonista e con cui ha permesso colossali riciclaggi di danaro sporco. Ricordate lo scudo fiscale quando ci fu il passaggio dalla Lira all’Euro?

Addirittura, in alcune circostanze nel 2004 e nel 2008, il premier è giunto all’apologia dell’evasione fiscale. E viene fatto di chiedersi se possa essere primo ministro qualcuno che considera immorale pagare le tasse al di sopra di un certo livello e come si sia comportato lui realmente. E i suoi elettori cosa sanno di tutto questo? Poco o nulla e quando lo sanno pensano che sia tutto falso e frutto dell’invidia dei giornalisti. Dormono e sognano!

Tremonti ha giustificato la manovra con la crisi dei mercati causata dal rischio default (non pagamento dei prestiti ricevuti) del governo greco. Un rischio reale causato dal precedente governo di centrodestra che non ha esitato a truccare i conti pur di entrare nell’euro.

Non ha riferito, né qualcuno gliene ha chiesto ragione, dell’incremento per ben 5 miliardi di euro in più della spesa pubblica. Uno sfondamento che si è associato ad una riduzione di altrettanti miliardi nelle entrate fiscali. Un buco dunque non dovuto alla Grecia di ben 10 miliardi di euro a cui si sono aggiunti i 5 miliardi di prestito al governo greco. Una manovra dunque inevitabile. Ma è possibile che il ministro Tremonti non ne prevedesse la necessità all’inizio del 2010? É maligno chi pensa che si sia voluto attendere lo svolgimento delle elezioni e qualche spinta dall’estero per recitare il ruolo di chi non vorrebbe ma è costretto? In questi giorni abbiamo potuto apprezzare le arti di incantatore del premier. Tutte le responsabilità sono cadute su Tremonti. Lui sempre dalla parte dei ministri inferociti per i tagli. E la pantomima delle province? Un via vai di notizie e smentite che hanno impedito di vedere cosa sarebbe uscito e lui a fare la parte del “buono” che si oppone alla medicina amara di Tremonti. Alla fine un successo: il suo indice di popolarità tiene e la sua base elettorale non è stata toccata. “Duorme, Carme': 'o cchiù bello d''a vita è 'o ddurmí...”

Una manovra sbagliata ed iniqua come le altre che l’hanno preceduta.

Sbagliata perché non è in grado di incidere, non conoscendoli, sui veri sprechi della finanza pubblica. Per questi servirebbe uno studio di mesi da parte di un pool di esperti per individuare a tutti i livelli i possibili risparmi e le nuove regole da imporre. Regole? Una parola che non esiste nel vocabolario del “nostro”.

Sbagliata perché non aiuta la ricerca e non riduce i carichi fiscali delle aziende. Dunque non consente al Paese di rimettersi in moto con l’export vero punto forte della Germania.

Iniqua perché oggi si mettono a dieta i dipendenti pubblici, si chiudono le finestre per il pensionamento e si tagliano i trasferimenti a regioni, province e comuni causando incrementi di tasse locali e riduzione dei servizi. Non un centesimo di euro sarà versato da imprenditori, dipendenti privati con stipendi buoni. E viene rabbia al pensiero che lo scudo fiscale per poco più di 4,5 miliardi di euro, ha consentito il riciclaggio di circa 100 miliardi di euro, molti dei quali rimasti all’estero.

Iniqua perché al di là dello specchietto dei tagli ai ministri, nessuna sforbiciata viene praticata agli innumerevoli benefici di cui gode la politica. Un caso esemplare è quello delle auto blu. In Italia ce ne sono 629.120 e ci costano 21 miliardi l’anno. Solo Palazzo Chigi spende 5.700.000 euro per gli stipendi degli autisti. In Gran Bretagna i ministri del governo Cameron-Clegg d’ora in poi useranno i mezzi pubblici: abolite tutte le auto blu! E in Italia? Si vocifera che il premier s’intenerisca all’idea dei suoi ministri smarriti nel traffico romano con la loro auto. Di mezzi pubblici da noi non si parla nemmeno. Forse hanno paura di raccogliere troppi souvenir volanti.

La nota positiva di questa manovra è l’inserimento di misure atte a contrastare l’evasione fiscale. Si tratta del ripristino del divieto di pagamento in contanti al di sopra dei 5.000€ e della fattura informatica al di sopra dei 3.000€. Il divieto fu introdotto da Padoa Schioppa e da Visco, e se il governo Prodi fosse ancora presente, scatterebbe oggi al di sopra dei 100€. Il primo atto del governo Berlusconi fu l’abrogazione di quelle norme: un gigantesco (decine di miliardi) e scandaloso regalo agli evasori di cui gli italiani con redditi tracciabili non si sono accorti!

Restano comunque i limiti di quelle soglie. Si cerca di escludere dagli obblighi di tracciabilità i contribuenti “normali” quelli, cioè, che non sono grandi imprese strutturate e che quindi possono facilmente suddividere i pagamenti in più tranches. Le misure introdotte, quindi, sembrano avere più un significato “politico” che una efficacia potenziale adeguata; anzi rischiano di non toccare affatto gli evasori veri e razionali che possono facilmente “aggiustarsi” e continuare a votare il loro premier.

un articolo di Claudio Catalano




18 aprile 2010

Regionali 2010: analisi e proposte

Le elezioni regionali del 28 e 29 marzo u.s. cominciano ora a mostrare i loro effetti. Nel PdL volano gli stracci come ha dimostrato la lite tra Bocchino e Lupi nella trasmissione “L’ultima parola” su Raidue venerdì 16 aprile. Il risultato, al di là del punteggio 7 a 6 contro il precedente 11 a 2, sembra aver confermato la forza del centrodestra presso gli elettori e le difficoltà del centrosinistra nel riconquistare la fiducia dell’elettorato a partire del proprio. C’è stata una fortissima astensione: se nel 2008 hanno votato 30,2 milioni di italiani, nel 2009 i votanti sono stati 26,1 milioni e nel 2010 poco meno di 22,5 milioni. Rispetto alle elezioni europee che si sono tenute solo nove mesi fa, sono dunque rimasti a casa quasi 3,7 milioni di elettori (+14% rispetto alle europee). Ma mentre in termini percentuali il PD rimane appena sopra il dato delle europee, il PdL perde il 4,31% rispetto alle europee e il 5,68% rispetto alle politiche. In complesso il centrodestra ha perso 2,6 milioni di voti (-23,1%) rispetto alle europee mentre il centrosinistra ha perso 1,6 milioni di voti (-17,6%) rispetto alle stesse elezioni.

Ma il risultato delle regionali, per poche decine di migliaia di voti, avrebbe potuto essere ben più positivo per il PD e l’intero centrosinistra. La Bresso infatti ha perso per poco più di 9.000 voti e la Bonino per circa 78.000. Per il Lazio, dopo l’incredibile vicenda personale di Marrazzo, la situazione era difficilissima. La candidatura Polverini, proveniente dal mondo sindacale, aveva un discreto appeal su un certo elettorato di sinistra ed i primi sondaggi davano il centrosinistra indietro di 8-10 punti percentuali rispetto al centrodestra. E questo creava imbarazzo e difficoltà nella determinazione del candidato da opporre alla Polverini. La candidatura della Bonino, subito apprezzata dal Segretario Bersani e dall’esploratore Zingaretti, è apparsa come il “deus ex machina” in grado di ribaltare le previsioni. Questo è rimasto vero fino all’ultima settimana quando l’ormai sperimentata offensiva mediatica del premier, trasformatosi in telefonista presente in tutte le trasmissioni e TG (incluso in quello del sabato quando s’inventava un’inappropriata visita di stato in Libia con annesso baciamano) e l’affondo del Presidente della CEI Cardinal Bagnasco, che preferirebbe un ritorno all’aborto clandestino (come ha titolato “Il Foglio”), hanno fatto pendere la bilancia dal lato della Polverini. Un successo maturato soprattutto nelle province dove il controllo sociale è più ferreo che nelle grandi città con milioni di abitanti. Ma un successo maturato anche a causa del brutto risultato raggiunto in quelle province dal PD. Un risultato che impone riflessioni sul comportamento di quei dirigenti che per settimane hanno espresso riserve sulla candidatura della Bonino. E riflessioni andrebbero anche fatte sul funzionamento dei Circoli, organi sempre più vitali per un partito che ha nel radicamento territoriale lo strumento fondamentale per la rappresentazione degli interessi dei cittadini.

I risultati raggiunti comunque hanno evidenziato un rinnovamento della sinistra in cui sono prevalse le logiche dell’apertura a forze esterne al PD anche con compiti di guida della coalizione di centrosinistra. I dati delle due coalizioni si avvicinano dunque. Ma questo non può rassicurare nessuno. Se Berlusconi infatti da segni di debolezza, dietro di lui viene alla luce con chiarezza un partito fortemente radicato sul territorio e con un suo modello di società chiarissimo ed inaccettabile: la Lega Nord. Il suo peso nella coalizione sale, rispetto alle europee, al 31,4%. Senza godere dello strapotere mediatico del premier, ma comunque avvantaggiandosi della continua presenza dei suoi ministri in tutti i TG, e di una presenza territoriale inconfutabile, questo partito ha conquistato grandi fette dell’elettorato del nord infiltrandosi nelle cosiddette “regioni rosse” meglio del PdL. Il modello sociale che la Lega porta avanti è quello della difesa ad oltranza degli interessi dei territori amministrati. La pretesa di entrare nelle fondazioni bancarie del nord indica il chiaro intento di utilizzare i depositi delle grandi banche italiane, al sud non ce ne sono, e dunque anche quelli dei cittadini del sud, per le esigenze della loro politica. Un modello demagogico che si afferma facilmente in questo periodo di crisi economica. Un modello che fomenta l’egoismo localistico, che tenendo nell’illegalità centinaia di migliaia di lavoratori extra comunitari, favorisce il mercato nero del lavoro e crea le condizioni per tutta una serie di crimini che conducono alle morti bianche all’evasione fiscale a veri e propri racket per lo sfruttamento dei lavoratori, della prostituzione, per la commercializzazione delle droghe ecc. Un modello che pone al primo posto una filosofia di riforma del sistema italiano chiamata “federalismo”. Una filosofia che fa presa sugli elettori come quella di una “terra promessa” che probabilmente costerà al contribuente cifre considerevoli non ancora quantificabili. Un filosofia che finirà per creare nuova burocrazia “ladrona” come quella contro cui si tuona! Ma tant’è, questa speranza di cambiamento sta mobilitando l’elettorato del nord e gradualmente anche del centro sostituendo l’altra filosofia del centrodestra: quella berlusconiana.

Le promesse del premier in merito alle tasse, all’efficienza imprenditoriale da inoculare nelle istituzioni, alla lotta alle caste burocratiche; l’ostentazione del successo da ottenere con ogni mezzo, l’acquisizione di sempre maggiori poteri a scapito dello stato di diritto e delle altre istituzioni dello stato repubblicano, in primis della magistratura, la sterilizzazione delle funzioni di controllo del parlamento attraverso le liste di nominati ubbidienti, l’ossequio riverente e bacia pile agl’interessi delle gerarchie vaticane, costituiscono la struttura di un modello di democrazia per il quale chi vince arraffa tutto senza dover rendere conto dei suoi soprusi. C’è poi il capitolo delle promesse di spese roboanti che servono a tenere buoni imprenditori e lavoratori in attesa di spartirsi torte faraoniche, spesso solo virtuali, costituite dai contribuenti onesti di oggi e di domani (debito pubblico). Parliamo del mai tramontato “Ponte sullo stretto di Messina”, con il suo costo di 6,3 miliardi di euro, stimato dal ministro Matteoli il 4.02.2010. Del programma di realizzazione di ben 4 centrali nucleari in Italia entro il 2030 mediante l’uso di quella tecnologia francese che si sta rivelando sempre più un bidone assoluto come dimostrano le gare perse nel mondo e le difficoltà incontrate in Finlandia. Ebbene secondo questo programma, ogni centrale dovrebbe costare 3 miliardi di euro quando sappiamo che quella in costruzione già dal 2005 in Finlandia (doveva entrare in funzione nel 2009 ma non sarà operativa prima del 2012) costerà, secondo previsioni di agosto 2009, 5,3 miliardi di euro contro i 3,2 inizialmente previsti. E la Finlandia non è zona sismica o con dissesti idrogeologici. Dunque almeno altri 20 miliardi di euro, speriamo virtuali, da spartire, se la campagna televisiva promessa/minacciata da Berlusconi ai giornalisti francesi dovesse riuscire a convincere gli italiani. Ma parliamo anche del tanto contestato, dagli abitanti della Val di Susa, Progetto TAV che forse sarebbe meglio chiamare TAC (Treno ad Alta Capacità): i voli low cost hanno ormai svuotato il tragitto Lione-Torino. Questo progetto dovrebbe costare all’Italia, come fondi propri, ben 10 miliardi di euro e dovrebbe irrobustire una direttrice ferroviaria che oggi è utilizzata solo per il 30% delle sue potenzialità. La politica governativa che elargisce centinaia di milioni di euro l’anno agli autotrasportatori per tenerli buoni, rende impossibile infatti lo spostamento di merci da gomma a ferro! E per questo progetto non è stato fatto da nessuno un calcolo del rapporto costi benefici. Tanto per dire come incida l’importanza del “sogno”, delle “prospettive” o, come direbbe Vendola, della “narrazione”.

Al centrosinistra manca un modello alternativo di società da costruire come quello fortemente radicato in milioni di uomini che aveva il PCI. Un modello che ha costituito l’ossatura delle riforme realizzate in Italia nel dopo guerra ed in particolare dall’inizio degli anni ’60. Un modello non realizzabile, almeno in quelle forme, che non è stato rimpiazzato in modo credibile e convincente. Un modello a cui le teste pensanti del centrosinistra dovrebbero applicarsi come ad un obiettivo fondamentale e prioritario invece di pensare sempre e, al solito, ad accordi di vertice ed a nuove ed irrealizzabili chimere con la destra di Fini, il centro di Casini e Rutelli. Questi accordi non danno da mangiare e non mobilitano le coscienze ma accrescono solo la frustrazione ed il senso d’impotenza e con essi la consapevolezza di poter solo essere spettatori e non protagonisti!

Invece la straordinaria mobilitazione a cui abbiamo assistito in Lazio ed in Puglia per Emma e Nichi mostrano chiaramente quale sia la strada da perseguire. Il PD dev’essere la forza promotrice ed organizzatrice della ribellione al “berlusconismo” e al “leghismo”. L’apertura alle altre forze della coalizione dev’essere migliorata con l’obiettivo di un patto di consultazione e di azione permanente prima e di una federazione poi, che metta all’ordine del giorno la nascita di un nuovo e grande PD. Dal punto di vista del metodo la parola d’ordine di Legalità va riaffermata ed estesa a tutti gli ambiti della politica insieme con quella di Trasparenza, garante della prima. Senza legalità e trasparenza nessun buon progetto, che abbia come campo d’azione la sanità piuttosto che lo smaltimento dei rifiuti urbani, potrà mai realizzarsi. Ma un’azione di governo che si ponga l’obiettivo di migliori condizioni di vita per tutti i suoi cittadini, non può prescindere da un’altra parola d’ordine: Laicità. Una laicità intesa come metodo per affrontare i problemi in modo concreto ed avulso da ideologie religiose e non.

Per quanto riguarda il merito il problema principale del nostro Paese è la produzione di ricchezza da lavoro e, conseguentemente, del destino e della vita dei nostri giovani. Bisogna ripristinare quel circolo virtuoso per il quale i figli stavano meglio dei loro padri. Oggi, dopo decenni di declino industriale sappiamo per certo, ed in alcuni casi già accade, che non è più così. Nelle aziende si trovano dipendenti con le più svariate forme contrattuali. Passando attraverso una serie notevole di livelli intermedi, si va da quelli, i più anziani, tutelati nel migliore dei modi, ai precari assoluti soggetti alle bizze del mercato quando non a quelle dei loro capi con problemi esistenziali. Si eleva l’età pensionabile, ma non ci si occupa di coloro che, uscendo dal mondo del lavoro dopo i 50 anni, si trovano nell’impossibilità di rientrarvi. Eppure oggi la tecnologia consente anche a persone con gravi limitazioni di poter svolgere compiti utili alla società. Chiave di volta per la soluzione di questi problemi è la revisione delle forme contrattuali che oggi rappresentano una vera e propria giungla. Il contratto unico ispirato da Boeri e Garibaldi (presentato dal senatore PD Paolo Nerozzi ex CGIL) sembra essere, per i giovani, un passo nella direzione giusta.

Ma per produrre ricchezza da lavoro serve tanta ricerca e formazione; dunque fondi che possono e devono essere ottenuti innanzitutto dalla lotta all’evasione fiscale condotta con tutti gli strumenti possibili. Ma serve anche un ripensamento dell’imposizione fiscale. Serve spostare la tassazione dal lavoro dipendente e dai contributi ad esso relativi, verso le attività, gli usi e i consumi che producono inquinamento e abbassamento della qualità della vita. Si avrebbe così l’effetto di disincentivare attività che impiegano materie prime inquinanti, di sostituire forme di produzione non compatibili con l’ambiente nonché di stimolare un processo di revisione delle tecnologie e degli stili di vita.

un articolo di Claudio Catalano




3 marzo 2010

Il Piacere dell’Onestà

Per commentare i fatti di questi giorni, in merito alla presentazione delle liste dei candidati regionali, e in particolare quello che sembra quasi un duello tra la minuscola formazione radicale Bonino Pannella e la “Invincibile Armata” costituita dal PdL che avrebbe dovuto stravincere le elezioni, avevamo in mente titoli diversi. Essi evidenziavano aspetti differenti della vicenda creatasi ne Lazio e in Lombardia e, forse, anche in altre regioni d’Italia. I titoli a cui avevamo pensato erano “Davide e Golia”, con riferimento alla sproporzione di forze tra i duellanti. Ma poi dalla parte della legalità non ci sono solo i radicali! Dunque … titolo scartato.

Avevamo pensato anche a “L’Uragano Emma” per evidenziare come da una donna, sesso debole e merce di pagamento nei luoghi comuni maschilisti cari alla destra, così minuta, possa essersi sprigionata una forza tale da sconvolgere il tranquillo marciume della vita politica di certi apparati politici e burocratici. Emma ha dato sicuramente il via e ci ha invitato a seguirla sulla sua strada. Ma se non ci fosse stata la vera e propria “Ribellione morale” di tutti noi che si è sostituita al famoso “resistere resistere resistere” di Francesco Saverio Borrelli di qualche anno fa, l’uragano forse sarebbe stato solo una perturbazione senza troppe conseguenze. Dunque … scartato anche questo.

Il terzo titolo pensato è quello che avete già letto: Il Piacere dell’onestà

Si tratta di una delle più conosciute commedie di Pirandello, andata in scena per la prima volta nel 1917, parla di una ragazza di buona famiglia (potrebbe essere l’Italia) che, rimasta in cinta ad opera di un marchese, cerca un marito di comodo per salvare l’onore. L’uomo trovato, è un nobile, spiantato, fallito e perdigiorno che non gode di alcun credito ma che coglie l’occasione per ripristinare non solo l’onore della ragazza ma anche il suo e recita la parte del marito integerrimo che vuole assaporare il piacere dell’onestà “convenzionale”. Quella che si ottiene rispettando le regole e dunque il prossimo. E alla fine la sua trasparenza onestà e correttezza mette tutti in una situazione insostenibile e il marito di comodo diventa l’unica figura umana capace anche di conquistare l’amore di Agata, la ragazza sposata per difenderne l’onore. Si tratta di temi da sempre alla base del teatro pirandelliano: la differenza fra l’essere e l’apparire, fra la maschera sociale e chi si è veramente, il bisogno di avere stima di se stessi, il sentimento che può nascere in situazioni proibitive. Il piacere dell’onestà, senza parole d’ordine inconcludenti e invettive demagogiche, il pretendere il puro e semplice rispetto della legge e delle norme votate liberamente dai parlamenti italiani, unici depositari delle volontà popolari. Il rispetto dello Stato di Diritto che serve per difendere i cittadini normali, per non dire i più deboli, dalle angherie ed i soprusi di potenti e prepotenti di turno che non ne hanno bisogno perché si difendono da soli. Il compito che dobbiamo assumerci in ogni ambito della nostra vita, per risolvere la Questione Morale, è quello di essere noi quel “marito di comodo” rigorosamente onesto rifiutando realtà e pratiche quotidiane d’illegalità come dimostra la vicenda di Stefano Cucchi morto 4 mesi fa all’interno di un carcere dopo un pestaggio.

 

Ma la di là di queste considerazioni, va dato atto alla Bonino di essersi mossa con intelligenza e preveggenza. Lo sciopero della fame e della sete che ha lasciato sbigottiti tanti, incluso chi scrive che ha dovuto molto riflettere per comprendere, ha innalzato il livello del confronto e costituito la premessa che oggi impedisce al Governo anche l’ipotesi di leggi “ad listam”. Qualcuno aveva sbuffato chiedendo alla Bonino di “tornare” a fare campagna elettorale per il Lazio. Come se la Legalità fosse un orpello, un optional. Oggi vediamo che si sbagliava. Il campo del centrodestra è squassato come non mai, da fremiti impensabili e crisi esistenziali. Oggi per il centrosinistra insieme con la rimonta nei sondaggi si aprono prospettive migliori per la guida del paese. Il popolo di destra non può che essere confuso e disorientato di fronte a tanta imperizia e sufficienza nei confronti della legge. I voti si riverseranno su altri partiti ed una situazione che sembrava avviata a cristallizzarsi, si rimette in movimento.

 

É difficile capire se tutto abbia fatto parte di un piano preciso. I radicali da anni denunciano le irregolarità diffuse nella fase della raccolta delle firme. Dunque, dopo aver dato un’ultima occasione alla maggioranza per modificare le disposizioni in modo da renderle meno complesse da seguire, hanno preteso il rispetto di quella legge per la quale erano stati anche derisi. Il caso ha sicuramente favorito e accentuato lo scivolone laziale. Ma, in mancanza di quello, è probabile che anche nel Lazio ci sarebbe stato il ricorso alla magistratura per la verifica della legittimità delle firme presentate così come avvenuto in Lombardia. Ieri, con una seconda memoria integrativa, i Radicali hanno chiesto una verifica calligrafica sul listino capeggiato da Roberto Formigoni, escluso dalla Corte d'appello di Milano che ha riscontrato irregolarità nella raccolta di circa 514 firme: l’esclusione della Lista per la Lombardia del pluricandidato Formigoni, fa decadere la candidatura e rende nulle tutte le liste provinciali collegate.

Nel Lazio stanno gridando che è stato commesso un reato ma in effetti è stato prevenuto un reato. Se fossero entrati con oltre 2700 firme dopo le 12 avrebbero commesso un reato. I Carabinieri intervenuti lo hanno evitato. Ora la lista del PdL non c’è e non esiste alcuna legge che possa essere invocata per ottenere la ri-apertura dei termini di presentazione. Il partito di maggioranza relativa mediti sulle vere cause che lo hanno portato ad una figuraccia da record. Noi non abbassiamo la guardia e ci godiamo il piacere dell’onestà!!

 

un articolo di Claudio Catalano




1 marzo 2010

Sandro Pertini, venti anni dopo

Quella faccia un po’ così, la pipa, i campionati mondiali di calcio. Quelli in Spagna, del millenovecentoottantadue. Quelli del trionfo azzurro. Immagini che rimandono e ci riportano ad un personaggio unico, un uomo e, soprattutto, un politico che utilizzò la carica di presidente della Repubblica per unire il pensiero socialista al bisogno in Italia di un reale riformismo.

A vent’anni dalla morte appare doveroso o, addirittura, necessario ricordare Sandro Pertini, quantomeno per aver portato avanti i valori fondanti della Repubblica: libertà, antifascismo, democrazia.

Sembrano molti venti anni, ancora di più se pensiamo a quanto sia stato doloroso il passaggio di consegne da un secolo all’altro. Pertini ha avuto il tempo di vedere la caduta del muro di Berlino, ma non di comprendere quello che si potrebbe definire un tempo di bilancio, sia pure provvisorio, in cui poter accettare i cambiamenti repentini di una società che dal quel momento in poi ha tradotto processi più antichi in quella che, semplicisticamente, oggi chiamano globalizzazione.

Nel millenovecentonovanta si assisteva alle ultime resistenze della prima Repubblica, Tangentopoli incalzava ma ancora non si era palesata. Berlusconi era il Cavaliere, l’imprenditore, il presidente del Milan. Non era immaginabile – o forse sì se si fosse compresa meglio la lezione di Pasolini – l’ultima stagione politica, minimo comune denominatore di un paese, l’Italia, in crisi d’identità.

L’energia comunicativa – e quindi squisitamente politica – di Pertini non cadeva, per quanto “popolare”, nel populismo: l’efficacia della retorica era insita all’interno di un socialismo moderno, volto al futuro ma attento al proprio passato. Saper parlare al popolo è stata l’arte di una politica che non c’è più. Non c’è nella destra, mistura di tradizioni opposte, nazionaliste e liberali, piccoli e grandi razzismi e arroganza di una certa classe sociale; non c’è nella sinistra, frettolosa e troppo spesso antistorica, ipocrita e incapace di dare forza all’impegno sociale – e morale – insito nelle proprie radici. L’incursione di Bersani al festival di San Remo è l’indice di quanto sia distante la politica dal popolo “reale”. Parlare alla gente non significa accettare la vergognosa esibizione del marciume culturale italiano. Parlare alla gente significa proporre una propria idea di paese, che non può e non deve essere quello di un palcoscenico illuminato di niente. Parlare alla gente significa capire i problemi e cercare modi per risolverli: andare nelle fabbriche, nei mercati, nei luoghi dove si fa cultura e dove gli artisti di qualità fanno fatica ad emergere.

Parlare alla gente significa capire che in Puglia la gente stava e sta con Nichi Vendola invece di dimostrare cecità indicendo primarie, in quel caso, senza senso; significa spiegare alle persone le motivazioni che hanno portato Emma Bonino, candidata alle regionali nel Lazio, a fare lo sciopero della fame e della sete.

Il rischio “populista”, esistente di questi tempi, non deve essere una scusa per voltarsi e guardare da un’altra parte. La paura di un “contagio” non può essere il leitmotiv di una sordità galoppante.

La personalità di Pertini fu scandita da una linea unica di «integrità morale, dirittura e coerenza personale», così almeno lo ricorda il presidente Napolitano. Intristisce, e non poco, che questo anniversario coincida con una pagina bruttissima della nostra politica. Le mancate dimissioni degli uomini coinvolti nelle ultime “questioni giudiziarie” rappresentano un ribaltamento generale, e generalizzato, del senso comune che vogliamo dare alle istituzioni. Lo stato più che avvicinarsi ai cittadini, si allontana da loro.

Proprio perché vedo in figure come Pertini il simbolo di una moralità da recuperare (che va oltre il valore “reale” dell’uomo) non condivido affatto la scelta di alcuni consiglieri romani del PdL di non votare inizialmente (è mancato il numero legale) la proposta del presidente Marco Pomarici di intitolare una via a lui dedicata. Accetto invece le riflessioni di Paolo Masini per cui troppo spesso il ricordo di Pertini si traduce in «un avvilente mix di qualunquismo e retorica, che delinea una figura folkloristica senza spessore umano e politico. Pomarici ricorda di Pertini “la presenza ai Mondiali del 1982, la partita a scopone scientifico e l'immancabile pipa”, dimenticando, non a caso, che Pertini fu confinato politico, esule e partigiano socialista e combattè ogni forma di fascismo e di rigurgiti antidemocratici nel nostro Paese».

La strada a lui dedicata si farà ma, almeno finché la classe politica non capirà i propri errori e noi continueremo ad accettare questo sistema, sarà soltanto un’altra targa da affiggere su un muro.

un articolo di Matteo Chiavarone


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. bersani bonino pertini vendola san remo

permalink | inviato da portuensenews il 1/3/2010 alle 16:22 | Versione per la stampa



24 febbraio 2010

Una battaglia giusta

La legge 23 febbraio 1995 N° 43 (NUOVE NORME PER LA ELEZIONE DEI CONSIGLI DELLE REGIONI A STATUTO ORDINARIO) afferma al comma 4 dell’art. 1: «……. in ogni regione ove si svolgono elezioni regionali, nei venti giorni precedenti il termine di presentazione delle liste, tutti i comuni devono assicurare agli elettori di qualunque comune la possibilità di sottoscrivere celermente le liste dei candidati, per non meno di dieci ore al giorno dal lunedì al venerdì, otto ore il sabato e la domenica svolgendo tale funzione anche in proprietà comunali diverse dalla residenza municipale. Le ore di apertura sono ridotte della metà nei comuni con meno di tremila abitanti. Gli orari sono resi noti al pubblico mediante loro esposizione chiaramente visibile anche nelle ore di chiusura degli uffici. Gli organi di informazione di proprietà pubblica sono tenuti ad informare i cittadini della possibilità di cui sopra

L’esperienza comune a tanti di noi insegna che quanto è prescritto dalla legge NON avviene.

Di solito le firme in calce alle liste sono raccolte nelle sedi dei partiti più grandi che, grazie al numero degli iscritti e ai propri certificatori, possono evitare di rivolgersi ai comuni concentrando senza patemi la sottoscrizione delle liste dei candidati in pochi giorni.

Questo non accade per le formazioni più piccole che, a prescindere dalla bontà delle loro proposte e dei loro dirigenti, si trovano ad avere un numero di iscritti assolutamente inferiore a quello prescritto per la presentazione delle liste dei candidati.

Queste formazioni allora hanno bisogno che:

1. tutti i cittadini siano consapevoli di questo necessario adempimento;

2. le strutture previste dalla legge individuino il personale (e dunque i fondi necessari per il pagamento) e le sedi in cui far affluire i cittadini per il deposito e l’autentica della firma;

3. le strutture previste dalla legge comunichino con cartelli chiari ed in numero sufficiente le modalità, i tempi e gli orari per la sottoscrizione delle liste;

4. tutti gli organi di informazione di proprietà pubblica, dunque RAI (Radio e Televisione) informino i cittadini di questa norma nei periodi necessari per le elezioni.

Poche e semplici regole per rendere applicabile una legge del Parlamento italiano, espressione della volontà popolare, che nella quasi totalità delle situazioni non sono rispettate. Sciatteria? Cronica indisponibilità dei burocrati a non rispettare quanto prescritto? Sta di fatto che questa situazione rende difficilissimo l’esercizio della democrazia.

Recentemente, per strada, ho visto dei tavolini intorno a cui volontari non pagati invitavano i passanti a firmare per consentire la presentazione della loro lista. Mi sono fermato ad osservarli. Quanta fatica e a volte quanti commenti sprezzanti raccolti! Quante difficoltà per spiegare ai passanti il motivo della loro presenza e richiesta! Pochi sanno della legge! E dunque tocca ai militanti spiegare che non è per capriccio o protagonismo che si trovano là, ma per una legge del 1995 che prima non c’era.

E la RAI che fa? Per tutto il mese di Gennaio ci ha inseguito nei TG e dopo con costosi spot per ricordarci di pagare il canone: decine di volte al giorno per ognuno dei suoi canali. La comunicazione sulla legge 43 del 1995, invece, l’ho avuta solo una sera tardi. Incredibile! É questo lo spirito di servizio pubblico?

É giusto allora continuare a far finta di niente? A ritagliarsi il proprio orticello sempre più striminzito? Se queste semplici regole non sono rispettate come possiamo pensare che lo siano altre ben più cogenti sul rispetto dell’interesse pubblico? Come possiamo pensare di combattere la corruzione che rappresenta ingordigia ed egoismo allo stato patologico? Non si alimenta e perpetua quel qualunquismo che porta tantissimi a dirti “Tanto per me sono tutti uguali: magnano e rubano allo stesso modo”. Il furto di legalità è senz’altro il più grave perché porta con sé tutti gli altri. Se è necessario lo sciopero della fame e quello pericolosissimo della sete di Emma o di Marco Pannella (ricordate il plenum mancante della Corte Costituzionale o del parlamento italiano? Che interesse di “bottega” avevano i radicali?) per ottenere il rispetto di norme basilari per il funzionamento della nostra democrazia, cosa sarà mai necessario per tutte le altre leggi e divieti? Possiamo davvero pensare che una sola persona possa con il suo lavoro e la sua onestà risolvere tutti i problemi che la scarsa coscienza sociale e le cricche esistenti creano? E, ammesso che ci riesca in forza e virtù del suo carisma, una volta terminato il mandato che succederà? Non torneremo alla vecchia ed illegale prassi? Sono questi gli interrogativi alla base di quella che fu chiamata “Questione Morale” e sono sicuro che sono anche nella mente della candidata del centro sinistra alle regionali del Lazio! La battaglia della Bonino è per la concorrenza leale, per ottenere pari condizioni di confronto tra tutte le forze politiche contro lo strapotere mediatico di questa destra capace di tutto pur di imporre il proprio timbro di alterazione dei fatti, corruzione, falsità, incompetenza e dunque, in definitiva, di arretratezza culturale ed economica. La battaglia della Bonino è, come da tradizione, per il popolo italiano e non solo per gli interessi della bottega radicale!

un articolo di Claudio Catalano




16 febbraio 2010

Il Governo del fare o del malaffare?

Dopo il passo indietro sull’art.16 del decreto sulla Protezione Civile per il quale è stata esposta l’altro giorno la faccia del sottosegretario Gianni Letta e in parlamento quella di Bertolaso, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha presentato nella sede nazionale del Popolo delle Libertà in via dell’Umiltà a Roma, mai nome di strada fu più inappropriato, le quattro candidate del Pdl alla presidenza delle regioni: Anna Maria Bernini per l’Emilia Romagna, Renata Polverini per il Lazio, Monica Faenzi per la Toscana e Fiammetta Modena per l’Umbria. Nella sala gremita erano presenti anche il ministro per le Politiche della Gioventù Giorgia Meloni, il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, la responsabile del settore pari Opportunità del Pdl Barbara Saltamartini e la vice responsabile Beatrice Lorenzin, la parlamentare del Pdl Alessandra Mussolini e il capo dipartimento per le pari opportunità Isabella Rauti.

Già dai nomi si capisce l’obiettivo di quest’evento che vedeva schierate tante donne e ministri del governo centrale. Un gigantesco spot elettorale a reti unificate in cui il Capo del governo ha esibito le solite banali accuse alla sinistra per esaltare le meraviglie del suo governo. Uno spot che come gli altri, approfitta della buona fede e della fiducia degli italiani ripetendo senza contraddittorio affermazioni strampalate. ”Si vota in 13 importanti regioni, sono elezioni nazionali che chiamano gli italiani ad una presa di posizione importante, e cioè tra la politica del fare e la sinistra delle parole”. E ancora “Sono orgoglioso di aver scelto tutte queste donne. É la scelta di chi ha avuto sempre il convincimento della nostra maschile inferiorità nei confronti delle donne” (senza vergogna!!). Per poi affermare “Come Pdl ci permettiamo di chiedervi un impegno anche su quattro temi da inserire nei programmi elettorali: il piano casa, più verde, meno burocrazia e meno tasse con più servizi”. E la bacchetta magica? Il premier ha, infatti, spiegato che “la sinistra intende ritornare all’ICI. Noi l’abbiamo abolita e non vogliamo che torni in auge”. Proprio per questo, le elezioni regionali rappresentano “una scelta di campo tra la politica del fare e la sinistra delle parole”. Un cumulo di fesserie che questa volta ha avuto bisogno di scrivere su di un foglio per evitare di dimenticarne qualcuna. Quest’evento ha seguito di qualche giorno la cena di autofinanziamento per la campagna della Polverini a cui hanno partecipato 800 rappresentanti del mondo politico ed imprenditoriale con i loro rampolli. Ognuno di loro ha sborsato 1000 euro per l’onore ricevuto!

Questo sarebbe il governo del fare. L’abbiamo visto bene di cosa è capace questo governo!. Le ultime indagini della magistratura stanno mostrando senza ombra di dubbio come l’attenzione alla rapidità degli interventi della Protezione Civile sia servita a smantellare quella serie di controlli preventivi (che lui chiama burocrazia) che avrebbero scongiurato l’affermarsi di cinici avventurieri capaci di brindare sui morti e le disgrazie del terremoto a L’Aquila in attesa di commesse ad personam con sovrapprezzi di decine di milioni di euro. Una serie di controlli che, forse avrebbero impedito anche lo scambio tra favori e prostituzione. Non ci anima una mentalità bigotta che miri alla persecuzione della prostituzione alla stregua del Ministro Carfagna ma, come affermato anche in altre vicende, è inaccettabile il clima da basso impero che prevede il corpo delle donne come mezzo di pagamento per il procacciamento di favori pubblici ed appalti sostanziosi.

E poi le frane che stanno sfigurando il Sud del Paese! 23 milioni di italiani residenti nel 68,6% dei comuni d’Italia sono minacciati dal dissesto idrogeologico. Servono, soprattutto al Sud, come dimostrato dalle frane del messinese, oggi San Fratello ieri Giampilieri e Scaletta Zanclea, e da quella di Maierato in provincia di Vibo Valentia, interventi urgenti e costosi. Le zone colpite sono terre d’emigrazione dov’è tornata gente partita decenni orsono per cercare lavoro e mettere da parte il danaro necessario a dare casa a sé stessi ed ai propri figli. Gente che ora si vede azzerati 30 e più anni di sacrifici!

Le splendide e raccapriccianti immagini della frana di Maierato presenti su You Tube (http://www.youtube.com/watch?v=LwD3WK1GmnY) sono il più potente atto d’accusa verso un governo che imperversa su questo paese da oltre 8 anni su 10. Nessuna delle promesse fatte è stata mantenuta. Questo governo, dispoticamente diretto, ha dimostrato di essere incapace di predisporre piani di un qualche respiro. I soli piani di cui sentiamo malauguratamente parlare riguardano il Ponte sullo stretto di Messina, ma di ben altro avrebbe bisogno quel territorio, e di ritorno al Nucleare. Piani che prevedono esborsi giganteschi per i quali non si vedono privati disposti a rischiare. Piani che resteranno sul groppone della collettività dei contribuenti onesti visto che con le politiche di condono e di scudo fiscale, mafie ed evasori, continueranno a delinquere ai danni dei soliti noti:i lavoratori dipendenti e le aziende oneste. Per non parlare del Piano Casa che potrebbe avere solo un impatto negativo sui territori più fragili. Quanto al Piano Nucleare abbiamo appreso che si prevede di partire nel 2013 e di completare nel 2020. 7 anni come le previsioni per la Finlandia! E per avere il primo watt nucleare occorrerà attendere 10 anni e sborsare 25 miliardi di euro per il 4,5% della produzione italiana. Non c’è che dire un piano ed una previsione da grande imprenditore. Un imprenditore che però gioca solo con i soldi degli altri: i nostri!! Il Nucleare, come afferma Emma Bonino, è un treno ormai passato. Quello che si deve fare è ricerca sulla fusione nucleare per scopi civili. Tra 10 anni la filiera del fotovoltaico, su cui tanti paesi hanno investito e ricavato nuovi posti di lavoro, fornirà sistemi a bassissimo costo per quello che viene definito il petrolio italiano: il SOLE.

E che dire dell’asserita superiorità del sesso femminile su quello maschile da parte di un maschilista vecchio stampo che ha sempre trattato le donne come oggetti sessuali o da riproduzione? A proposito della sparuta presenza di donne nelle sue liste rispondeva che le donne erano troppo impegnate a curare le faccende familiari per dedicarsi alla politica. Donne angelo del focolare sosteneva prima che scoprissimo anche l’altra valenza. Quella per cui erano ricercate per le feste tenute nella sua villa in Sardegna! Se oggi ne parla bene forse dipende da qualche suo segreto sondaggio. E per lo stesso motivo legge il testo dell’intervento: meglio evitare quelle irresistibili battute che gli riescono cosi bene!

Quanto all’ICI è ancora una volta patetico il suo tentativo di nascondere agli italiani che la sua riforma dell’ICI l’ha tolta a quelli con reddito medio-alto visto che agli altri ci aveva già pensato il Governo Prodi.

La differenza con la campagna elettorale di Emma Bonino è plateale. Quando Emma delinea un obiettivo non lesina mai informazioni sugli strumenti per raggiungerlo. Dalla Polverini invece, solo annunci senza uno straccio di strumento per raggiungere gli obiettivi che si da. E la competenza che Emma dimostra ogni volta, prova l’impegno e lo studio dei problemi della regione che possono garantirci un cambio di passo e di procedure mai visto finora. Perché Emma che oggi si è occupata dell’argomento carceri, dopo essersi espressa sul Nucleare, sulla privatizzazione di Acea (con la Polverini costretta ad inseguire), sui termovalorizzatori, sulle coppie di fatto, sull’enorme spesa sanitaria del Lazio, É DAVVERO UNA FUORICLASSE.

un articolo di Claudio Catalano




9 febbraio 2010

La guerra dell’acqua è già iniziata

Tutte le previsioni degli esperti indicano nell’acqua l’elemento naturale per la cui disponibilità nasceranno i prossimi conflitti umani, diplomatici o guerreggiati che siano. Sappiamo che la civiltà del mondo occidentale comporta, all’interno del ciclo di sviluppo industriale, ma anche di quello alimentare e personale, l’utilizzo di quantità d’acqua che in tanti paesi poveri del mondo sono assolutamente impensabili. Dopo la corsa alle materie prime energetiche come carbone, petrolio e gas naturale, si preannuncia dunque, con il progredire della condizione umana sull’intero pianeta, la corsa all’acqua, l’Oro Blu. Già oggi come hanno dimostrato i servizi presentati nel corso dell’ultima puntata di “Presa Diretta” domenica su Raitre, i profitti di quanti sono riusciti ad entrare in questo business sono enormi. Mazzette, favori e giri incredibili di danaro si trovano sempre collegati ai vari processi di privatizzazione di questo bene, primario ed irrinunciabile per tutti gli esseri umani. Emblematici i casi presentati di Grenoble e di Agrigento. Nel primo caso le mazzette hanno consentito al candidato sindaco di vincere la competizione elettorale e di assegnare al suo benefattore la gestione degli acquedotti pubblici. Rapide indagini però hanno smascherato la truffa, costretto il sindaco alle dimissioni e restituito l’acqua al comune di Grenoble. Sarebbe possibile un analogo e rapido percorso anche da noi? Ci permettiamo di dubitarne.

Ad Agrigento (http://www.youtube.com/watch?v=FllimjEgPq8&feature=player_embedded#) le bollette sono tra le più alte d’Italia ma l’acqua non c’è per intere settimane. Non solo ma spesso è talmente carica di sostanze in sospensione da sembrare una bibita vivacemente colorata. Le famiglie sono state costrette a riempire balconi, terrazze, contro soffitti con cisterne e contenitori fissi e mobili dotati dei filtri tecnologicamente più avanzati. Da 3 anni ormai l’acqua è gestita dalla GIRGENTI ACQUE S.p.A. e la sollevazione contro questa società che ha visto crescere, nonostante l’aumento delle tariffe, il suo indebitamento da un anno all’altro crescono sempre di più. Rosario Gallo sindaco di Palma di Montechiaro è il portavoce di 23 sindaci della provincia di Agrigento che si sono rifiutati di consegnare la propria acqua alla Girgenti. Si, sempre la stessa, perché in queste privatizzazioni all’italiana, la concorrenza non esiste. Le aziende si sono spartite il mercato ed è intervenuta anche l’Antitrust che ha sanzionato ACEA e “Suez Lyonnaise Des Eaux” per gli accordi fatti in Toscana. Stanno pagando una multa ma hanno fatto ricorso al T.A.R. Si passa dunque da un monopolio pubblico ad uno privato. Con la piccola differenza che se il sindaco di un paesino aumenta le tariffe dell’acqua, gli elettori possono anche mandarlo a casa!

I cittadini di Agrigento allora usano questo tipo di acqua per applicazioni non dannose alla salute mentre per cucinare e bere sono costretti ad acquistare acqua minerale. Quella che gira nelle famigerate bottiglie di plastica che tocca poi ai comuni, con i soldi dei cittadini, smaltire.I produttori di acque minerali infatti, eludendo l’art. 221 del Testo Unico Ambientale, pagano solo un terzo di quel costo.

A pochi chilometri da Agrigento a Santo Stefano di Quisquina, c’è una grossa sorgente sfruttata dalla Nestlé che così rifornisce tutta la Sicilia. La multinazionale emunge 10 litri al secondo ed ha richiesto la possibilità di raddoppiare quella quota. Il bacino idrico da cui si approvvigiona è lo STESSO di Agrigento e della sua provincia che così restano a secco! La produzione annua di quello stabilimento d’imbottigliamento è oggi data da 10x60=600 litri al minuto che diventano 36.000 all’ora e dunque 864.000 al giorno per un totale di 315.360.000 litri all’anno. Al comune di S.Stefano in cambio di questa concessione non va neppure un centesimo; alla regione Sicilia e allo Stato va un totale di 45.000€ l’anno. Insomma milioni di euro che restano nelle tasche della multinazionale. Nelle altre regioni italiane la situazione non è diversa. Le concessioni sono quasi ovunque gratuite. In Campania a seguito di una recente legge regionale, Ferrarelle, Lete, Prata e altre, pagheranno la bella cifra di 30 centesimi di euro ogni 1000 litri di acqua. Il prezzo medio di vendita dichiarato dalle società è invece di 157€ per 1000 litri. Pertanto se il costo è 0,3€ e il prezzo 157€ la percentuale di margine è 52.233%. Un bell’affare non c’è che dire!!! E dunque quel poco che s’incassa non basta nemmeno per smaltire la plastica dei contenitori.

Ad Arezzo comune amministrato dal centro-sinistra, la situazione in merito alla lievitazione dei costi, non è diversa da quella di Agrigento. La qualità, per fortuna degli aretini, però è migliore. Ma la musica non cambia: tariffe più care investimenti più bassi!! E la società con una maggioranza del pubblico al 54% è governata da uno statuto che rende indispensabile per qualsiasi decisione il voto del privato. 5 voti su 9 consiglieri non bastano perché è previsto che ne servano almeno 6. Così si approva solo quello su cui il privato è d’accordo e dunque all’unanimità!!

Situazione decisamente diversa è quella di Milano dove l’acqua è gestita da una società interamente pubblica la “Metropolitane Milanesi”. I prezzi sono tra i più bassi d’Italia. La società non produce utili perché investe tutto in macchine e sistemi per monitorare e migliorare la qualità dell’acqua e la sua distribuzione.

Ma veniamo a Roma e alla sua situazione che ci tocca più da vicino. ACEA (una società che ogni anno riesce a muovere qualcosa come un miliardo e mezzo di euro per la costruzione di acquedotti, reti elettriche e depuratori) è il gestore di servizi pubblici locali a Roma e non soltanto ma anche in Toscana. Nel settore idrico è in assoluto la più grande società italiana. É l’unico gestore italiano paragonabile ai grandi gestori europei. Con i suoi 8 milioni di abitanti serviti, è in grado di operare economie di scala e di scopo come quelle dei grandi gestori francesi e spagnoli. Per questo è paradossale che da circa un anno nulla si sappia sugli indirizzi strategici ed industriali dell’azienda: l’ultimo piano industriale di Acea risale al 2007. É stato un piano importante perché segnava la fine degli investimenti di Acea nel settore elettrico dove negli anni tra il 2003 e il 2007 vi era stata la decuplicazione delle capacità produttive attraverso l’acquisizione di centrali elettriche dell’Enel. Nel piano del 2007 Acea fu lanciata nel settore dell’energie rinnovabili: fotovoltaico, eolico termovalorizzatori. Il CDR prodotto da Roma va a S.Vittore nell’impianto di Acea.

Il nuovo management voluto da Alemanno, dopo aver fatto saltare l’accordo con i francesi di GdF (Gaz de France) non ha prodotto alcun aggiornamento sugli indirizzi industriali. La conseguenza di ciò è che le azioni dell’azienda si sono deprezzate, oggi sono ai minimi storici, e quindi l’accelerazione di Alemanno sta preparando la SVENDITA di questo gioiello della nostra città al potente di turno, comunemente identificato da fonti giornalistiche, in Caltagirone, già azionista di Acea con il 7% delle azioni, suocero di Casini che ha schierato l’UDC con la Polverini ex di AN come Alemanno. Non solo ma si prospetta ai cittadini romani un futuro pieno di incognite sul prezzo e la qualità dell’acqua né più né meno degli abitanti delle altre città colpite da questa infausta ennesima privatizzazione folle.

Tutti però, se non intervengono cambiamenti, dovranno attuare il famoso Decreto Ronchi che prevede la discesa del pubblico nel capitale azionario delle società che gestiscono l’acqua al 40% entro il 30 giugno 2013 e al 30 % entro il 30 giugno 2015. Un decreto dunque contro cui battersi in ogni ambito e momento in regione come al comune durante e fuori dalle campagne elettorali per impedire che questo bene indispensabile e pubblico perché di TUTTI diventi appannaggio dei soliti straricchi.

un articolo di Claudio Catalano




25 gennaio 2010

Partito democratico, non ritorno bolscevico

Finalmente, dopo una lunghissima disputa, oggi sappiamo chi sarà il candidato del centrosinistra alla Presidenza della regione Puglia. I sondaggi, i pronunciamenti, i diversi candidati proposti e poi ritirati per estromettere il governatore uscente, Nichi Vendola, già testimoniavano delle difficoltà dei dirigenti locali e nazionali del PD intervenuti nel caso Puglia. Dopo la chiusura del “laboratorio” Lazio dove la candidatura della Bonino ha spazzato via con il suo valore intrinseco la prova di un’alleanza strategica con l’UDC, restava aperto, per importanza, solo il laboratorio Puglia. E qui, il partito di Casini, definitivamente contrario al bipolarismo-bipartitismo, aveva individuato in Vendola l’ostacolo da abbattere. Le vicinanze familiari di noti imprenditori laziali rendevano il governatore uscente un boccone assolutamente indigeribile. E dunque nei suoi confronti scatta il veto. Come con la Bonino. In Puglia in questi 5 anni sono stati fatti notevoli passi avanti nella lotta alle organizzazioni criminali (la mafia garganica gl’impedì di mettere piede sul Gargano), la disastrata Protezione Civile regionale è stata rimessa in piedi, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ha fatto della Puglia la prima regione esportatrice di elettricità del meridione. Infine sulla Sanità ha avuto il coraggio di azzerare completamente la giunta appena si sono diffuse informazioni sulle collusioni tra politica e strutture sanitarie. É mancata, ma pensiamo che debba essere il prossimo obbligatorio passo, una legislazione regionale che impedisca alla politica d’intervenire nella gestione degli appalti e delle nomine in campo sanitario.

Un’azione di governo che ha soddisfatto l’elettorato e gli iscritti del PD sui quali si è abbattuto, come una doccia scozzese, il desiderio di estendere l’alleanza all’UDC. Il piano è chiaro a tutti: si vuole attrarre il partito di Casini nell’orbita del centrosinistra per formare un’alleanza in grado di battere la destra al potere. Gli elettori delle primarie in Puglia e l’Assemblea regionale in Lazio, hanno rifiutato questa possibilità. Ed è ben strano che, pur convinti dell’attuale disposizione democratica degli iscritti ed elettori del partito, qualcuno abbia potuto immaginare d’imporre una disciplina bolscevica calando dall’alto piani predisposti al vertice. Gli elettori delle Primarie pugliesi (192mila contro i circa 80mila del 2005 e i 170mila che votarono il 25 ottobre) hanno rifiutato il piano sostenuto da D’Alema, Bersani e Franceschini e hanno chiesto al partito di fare esperimenti e laboratori altrove (not in my garden). Il PD non è il PdL!! Lì per calcoli verticistici hanno deciso di dare il seggio di Galan alla Lega nonostante l’opposizione forte del governatore uscente e la sua popolarità nella regione. Il popolo del PD è un popolo esigente, non è quello del PdL. I vertici del PD avrebbero pagato una decisone simile con una sconfitta così come avvenuto nella nomina di Rutelli a successore di Veltroni. Lo stesso non accadrà in Veneto!

Ed ora, dopo le primarie pugliesi, a due mesi dalle elezioni, occorre risanare tutte le fratture e presentarsi compatti e vincenti all’appuntamento elettorale. Le primarie sono uno strumento irrinunciabile, devono essere usate sempre e nei tempi giusti. La dirigenza del partito attuale e quelle future le devono considerare ormai acquisite da iscritti ed elettori.

Insomma nelle due regioni più importanti, tra quelle contendibili, sono stati rifiutati esiti che avrebbero portato ad un ulteriore annacquamento e svilimento dei valori della sinistra e dei cattolici dei base.

Ma le primarie pugliesi hanno dato anche un’altra indicazione: il leader di un partito che raccoglie forse il 3% dei voti a livello nazionale batte il candidato di un partito che raccoglie circa il 30% dei voti. Cioè viene ritenuto più adatto a rappresentare gli interessi popolari proprio dagli elettori del partito più grande. Sembra dunque riconfermato che, nelle aspirazioni del popolo del PD, questo debba essere un partito sempre più aperto ad istanze e sensibilità, non ancora incluse, ma più vicine di quelle dei vari Carra Lusetti, Binetti, Rutelli. Ed è a queste sensibilità che i vertici del partito dovrebbero rivolgersi prima di pensare ad altre alleanze. Recuperare, ricompattare e valorizzare i numerosi filoni della cultura della sinistra per fare del PD IL partito di sinistra, maggioritario, di cui nel Paese c’è assoluto bisogno. Trasparenza, Onestà, Attenzione ai più bisognosi e al bene pubblico senza strizzate d’occhio ai poteri forti, è quello che chiedono gli elettori di qualsiasi orientamento culturale e religioso.

un articolo di Claudio Catalano




16 gennaio 2010

Regionali nel Lazio: Emma Bonino è il candidato del PD

In questi giorni abbiamo assistito a numerosissimi interventi di esponenti del PD favorevoli alla candidatura di Emma Bonino alla presidenza delle regione Lazio. Ad eccezione dei cosiddetti “teodem” Carra, Lusetti (usciti dal PD), tutti i dirigenti di peso e storici del PD hanno convenuto che la Bonino è la personalità più alta e adatta a rappresentare la svolta e il cambiamento che si vuole portare avanti. Tra i più freddi oltre ai già citati fuoriusciti elenchiamo la Binetti, la Costa e Castagnetti tutti più vicini alle posizioni vaticane che a quelle dei cattolici di base. Le ragioni di ciò stanno nel profilo della candidata che si nutre di professionalità, correttezza onestà e trasparenza non millantati, ma dimostrati senza eccezioni nei decenni della sua densa attività politica. Nella pesante situazione creatasi nel Lazio dopo i comportamenti sconsiderati di Marrazzo che hanno annullato il buon giudizio sull’operato della giunta, nessuno voleva correre contro la Polverini ed è stato allora che Emma Bonino è spuntata fuori mettendosi a disposizione del centrosinistra. I radicali avevano già deciso di partecipare a questa tornata elettorale ma Emma non aveva ancora deciso la regione in cui candidarsi. Ha scelto il Lazio, per sbrogliare una matassa incredibile in cui il centrosinistra minacciava di affogare, una situazione nella quale era necessaria una candidatura di alto profilo come la sua provata e sperimentata con successo in Europa enel Governo di centrosinistra. Per di più una personalità appartenente ad un gruppo politico non presente nella precedente giunta e quindi come tale non attaccabile strumentalmente.

Attenzione a non confondere la causa con l’effetto!


Discorso a parte meritano le dichiarazioni dell’On. Binetti che ha preannunciato voto, campagna elettorale contraria alla Bonino ed uscita dal partito nel caso di sua elezione. Se è doveroso garantire ad ogni persona la libertà di esprimere le proprie idee, diventa inconcepibile che, appartenendo ad un partito, ci si predisponga ad una battaglia contro il partito stesso. Ignoro se, a termini di statuto, tali dichiarazioni e comportamenti possano dare luogo ad iniziative disciplinari. So però che l’onorevole sta manifestando assoluto disprezzo per il processo democratico interno al partito e alla società civile. Un integralismo irragionevole degno solo del regime di Teheran che non tiene conto dei punti di contatto tra tante tematiche delle organizzazioni cattoliche di base e quelle dei radicali. Ricordate le marce contro lo sterminio per fame nel mondo? E le proposte in merito all’accoglienza e alla cittadinanza dei nuovi cittadini extra comunitari? E la richiesta di migliori condizioni di vita per i carcerati che prosegue l’appello di Wojtyla al Parlamento in favore dei detenuti, rivolto in occasione della visita del 14 novembre 2002?


Emma Bonino, d’altronde, se dovesse vincere le elezioni e diventare presidente della Regione Lazio, non dovrà né legiferare su aborto o procreazione assistita o eutanasia né emanare delibere di demolizione di cattedrali o revocare i patti lateranensi, sono ben altri i problemi che dovrà affrontare primo fra tutti il lavoro di concerto con la provincia e il comune della Capitale in mano ad Alemanno. Emma non è contraria alla religiosità ma a certi modi in cui si manifesta!! Da lei ci attendiamo norme ferree per garantire la trasparenza nell’assegnazione degli appalti pubblici in particolare nella Sanità massacrata dalla giunta Storace (sottraendo la regione alle mafie nazionali e ai sistemi confessionali alla Comunione e Liberazione), attenzione alle esigenze delle P.M.I. strozzate dai ritardati pagamenti (oltre 6 mesi) di amministrazioni pubbliche indolenti o di aziende più grandi che le costringono a finanziare gratuitamente le loro attività, una concezione del welfare che sia universalistico e tuteli tutti i lavoratori inclusi i precari e gli artigiani, un’inedita attenzione alla tutela della salute e sicurezza delle donne, alla sterilizzazione della famigerata legge 40, alla sicurezza sul posto di lavoro di tutti, ai temi ambientali (No al nucleare e agli inceneritori, SI al risparmio energetico e alle rinnovabili, SI alla differenziata e alla concorrenza nella gestione dei rifiuti), alla ricerca, ai diritti di tutti gli ultimi (mediante il sostegno e la cooperazione con le associazioni, prevalentemente cattoliche, sul territorio), ai nuovi tipi di famiglia che la società propone (SI alle coppie di fatto omo/etero sessuali).


Presso la base però non c’è stato solo l’entusiasmo di quanti si sono schierati fin dai primi istanti per l’ipotesi di Bonino governatore. Tanti sono stati quelli che fin dal mese di Ottobre dopo la chiusura del Congresso avevano sognato un’investitura della Bonino da parte del PD. Si sosteneva che essendo un candidato molto diverso (genere, esperienza, trasparenza, determinazione) dal Presidente dimissionario, sarebbe riuscito a superare meglio discorsi difficili sulla precedente giunta! E certo sarebbe stato preferibile se fosse stato stilato un programma e si fossero individuati candidati, da mandare alle Primarie, tra i partiti della coalizione pronta a sostenere quel programma. Lo imponeva il rispetto per gli alleati in parlamento ed il rispetto del proprio Statuto. Questo purtroppo non è accaduto! I tempi ristretti e la vocazione maggioritaria, hanno impedito l’esercizio di uno strumento validissimo, le Primarie, che avrebbero dovuto diventare di coalizione, perché formalmente non c’era alcuna coalizione. E poi gli altri partiti non le hanno nello statuto. Sui tempi, è utile risalire alla decisione di Soru (supportato/subito da Veltroni) di sciogliere il consiglio regionale sperando di restare governatore con una maggioranza più coesa e vicina ai suoi programmi. La decisione, ufficializzata il 23 dicembre del 2008, provocò le elezioni del 15 e 16 febbraio 2009 che consegnarono la Sardegna alla destra e portarono alle dimissioni di Veltroni con la sua conseguente uscita di scena, la supplenza temporanea di Franceschini per condurre il partito fino alle Europee, il congresso durato 4 mesi e concluso con la vittoria di Pierluigi Bersani ed infine la nomina ufficiale del segretario regionale Mazzoli avvenuta il 14 novembre 2009 da parte dell’Assemblea regionale. Questi fatti, hanno influito pesantemente sulla normale operatività. Franceschini poi, durante il suo periodo di reggenza non aveva mostrato particolare impegno, in vista delle regionali, per una coalizione del centro sinistra di cui il PD avrebbe dovuto essere guida ed ispiratore. Ai reggenti del partito è mancata la consapevolezza che la sconfitta in Sardegna imponeva un momentaneo accantonamento della veltroniana vocazione maggioritaria e sono mancati i tempi per portare avanti un processo politico differente da quello concluso in queste ore. Un segretario o un Presidente del Consiglio dovrebbe utilizzare le sconfitte per aggiustare il tiro e non scappare lasciando ad altri la propria eredità. Chi raggiunge una carica ha il dovere morale nei confronti dei propri elettori di portare a termine il mandato!


É abbastanza risaputo che l’attuale maggioranza che governa il partito in questo momento, non sia entusiasta delle Primarie. Ma sulle Primarie non sembra che ci siano troppe differenze tra le varie anime del PD. Molti quando sono al timone preferiscono decidere da soli! Ricordiamo tutti come avvenne la designazione di Rutelli a successore di Veltroni come candidato sindaco di Roma! Al grido di “primarie primarie” abbiamo assistito al tentativo di alcuni gruppi di scaricare tutte le responsabilità unicamente sul Segretario nazionale e sull’attuale gruppo dirigente. L’impressione è che dietro la richiesta ad oltranza delle Primarie nel Lazio, ci sia stato il desiderio di parti della minoranza di ribaltare l’esito del confronto congressuale arrivando all’assurdo di sostituire 3 segretari in meno di un anno. Si preannuncia anche un “redde rationem” in caso di mancata vittoria nel Lazio. E perciò si ha bisogno di coinvolgere anche la Bonino definita addirittura “boccone amaro” per la quale occorrerebbe “turarsi il naso”. Sembra quasi la riedizione del “tanto peggio tanto meglio”. Oppure potrebbe esserci il timore, da parte di qualche animatore di quelle correnti, di perdere antiche posizioni di privilegio. “Di’ quello che pensi e fai quello che dici” è il motto della Bonino, poco rassicurante per una parte della classe politica ma tanto auspicato dagli elettori e da quanti sostengono che la Questione Morale non è ancora stata affrontata nel Paese e nel PD.


Nota positiva, oltre al consenso formale manifestato verso la candidata, è stato il tramonto dell’idea di formare una coalizione solo con l’UDC. Un disegno superficiale che non ha retto alla prova dei fatti. Se quel partito proprio dovesse risultare indispensabile ai fini di una vittoria alle elezioni politiche generali sarà bene arrivarci con un accordo già preso con tutti i partiti dell’attuale centrosinistra. I veti di cui quel partito, di centro, fa largo uso come i teodem residuali, non possono piacere all’elettorato di sinistra costretto a digerire valori non suoi. Essi hanno l’unico obiettivo di dissolvere il PD e con esso il bipolarismo che noi vorremmo bipartitismo.


L’epilogo dunque di questa vicenda è stata la naturale conseguenza di scelte politiche avviate già 12 mesi orsono. Ed è un epilogo da salutare e considerare come positivo perché:

1.      ha rinviato, se non definitivamente scongiurato, un’alleanza esclusiva con l’UDC,

·        ha consentito al PD di recuperare un ritardo che stava diventando insostenibile nel lancio della campagna elettorale per il Lazio,

2.      ha consentito al PD di recuperare ed esprimere pienamente quei valori di laicità trasparenza coerenza ed onestà che dovrebbero essere il naturale patrimonio di ogni partito a maggior ragione se di sinistra

3.      ha consentito al PD di presentare un candidato esterno ma molto gradito ed amato a tutti i livelli e che tutta Europa c’invidia.

 

un articolo di Claudio Catalano




13 gennaio 2010

Regione Lazio: perché no alle primarie e cose da fare subito.

Tempo fa, esercitando l’arte del cinismo e dimenticandomi delle regole della legge elettorale regionale, avevo visto nella candidatura di Emma Bonino l’argine alla fuga di voti da sinistra verso la Polverini e, pur pensando personalmente di votarla, ritenevo che il PD dovesse trovare un candidato da 35-40 punti % che poi al ballottaggio potesse allearsi con la Bonino.

Posto che la legge regionale NON prevede ballottaggio, anche un solo candidato in più rispetto alla Bonino significa consegnare la regione Lazio alla Polverini la cui foto, a braccetto con Gasparri, mi ha messo definitivamente paura più della disquisizione sul rigonfiamento di tessere dell’UGL.

Alcune considerazioni:

1)      le primarie hanno senso quando sono vere. Cioè quando c’è in campo una vera competizione (vedi Vendola-Boccia di 5 anni fa, vedi Obama-Clinton, vedi il congresso del PD). Hanno senso quando c’è una vera competizione, non quando si chiama palesemente a ratificare ciò che anche le pietre gridano.

2)      Le primarie devono essere fatte nei tempi richiesti dalla politica. NON due mesi dopo che l’avversario è già in campo

3)      Per questi suddetti motivi, pur trovando alcune dichiarazioni di Pannella fuori luogo (ma ognuno ha il suo D’Alema-padrone ingombrante) ritengo che Emma, all’alba delle elezioni abbia fatto bene a candidarsi

4)      La responsabilità della mancanza di primarie è da imputare tutta alla nostra incapacità di essere leader di una coalizione. Nostro compito d’ora in poi condurre la coalizione a livello nazionale ad accettare alcune regole di reciproca convivenza e soprattutto, un programma ben definito che non sia “vincere contro Berlusconi”.

5)      L’UDC ci ha menato per il naso. Glielo abbiamo lasciato fare. Ricordarselo cortesemente.

 

Alcune proposte:

-         una conferenza programmatica immediata in cui Emma Bonino possa confrontarsi con tutte le parti sociali. Penso ad un teatro enorme, un’intera giornata. Emma è una perfetta candidata laica, ma ha dei punti delicatissimi da risolvere (o da chiarire o da evolvere, comunque da discutere) sulla questione “welfare”.

-         Una squadra da metterle attorno che rappresenti il buono che in Regione è stato fatto fino ad oggi e un’evidente ricambio generazionale e di genere pescando in tutti i partiti nuova “forza”, quella piantata nel 2010, consapevole dei problemi sociali di oggi. Giovani e donne alle prese con la precarietà e con l’impossibilità di mettere su famiglia.

-         Una task force dedicata alle maggiori fragilità della Regione, in primis la Sanità. Pochi definitivi punti: cosa fare per i piccoli ospedali. Cosa per le prestazioni convenzionate: in che forma, in che misura, con quale controllo qualitativo?

 

Noi (PD) conosciamo meglio di tutti i problemi e i punti di forza di questa regione. Mettiamoci al servizio di Emma, guidiamo la comunicazione di questa campagna, facciamo capire che Emma rappresenta il giusto “cambio” dopo gli avvenimenti degli ultimi mesi, ma anche la giusta valorizzazione per ciò che di buono è stato fatto.

Secondo me…vinciamo e può essere una vittoria che cambia gli assetti: cioè che può vincere una candidata laica se preparata perché gli elettori quello vogliono e che si può vincere anche senza l’UDC.

 

un articolo di Cristiana Alicata



sfoglia     aprile       
 







Blog letto 167375 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom